Francesco Recami

Mondo cane

Napoli, Mar dei Sargassi, 2023

 

«Che tenerezza, quel pover’uomo»! Verrebbe voglia di principiare da qui nel raccontare del testo di Recami (Mondo cane, Mar dei Sargassi, 2023): un protagonista, il Matteuzzi, qualificabile come traino d’animale in un’inversione del gioco ascrivibile al Serafino Gubbio pirandelliano – il braccio del nostro funziona in virtù del caro Mino, bestiola che spasseggia nei pressi del suo palazzo a rischio personale e canino non poco elevato. Abbaia la belvetta, e continuamente, d’un rumore insostenibile che nessuno vuole sentire: non sente ammenda il lamentante e a farne le spese è il padrone, che non può far altro che scusarsi e desiderare ardentemente di riscattare in vite altre e parallele ciò che adesso deve necessariamente espiare – «nei sogni della notte i cattivi chiedono perdono e i buoni uccidono», diceva Benni in Pane e tempesta. Parlare si può sempre, ma è l’azione che ci frega: cammina il «pover’uomo», molteplicemente soprannominato a seconda delle bocche che a lui facciano riferimento, nella disperata ricerca di una situazione dal suo passeggero innescabile: qualcuno con cui parlare. Che sia un canemunito o un canamante poco importa, l’importante è che si realizzi quella benedetta interazione umana che il nostro desidera, al quale il nostro anela a tal punto da innescare lo strumento vocale zampato pur di concretizzarla. Le cose, in superficie, sono queste, ma andando sotto l’acqua i fatti nascondono tormenti più sinistri: Mino, lo sgolante, somatizza per conto terzi, patendo i giochi degli altri cani alla stessa maniera in cui il suo gestore patisce le urla dei loro padroni – è crocefisso, il quadrupede, che nell’area apposita agonizza e addolora in un tentativo tremendo di confezionare le speranze umane del padrone entro un rapporto strano di proiezione e innesco per il quale l’animale assume le caratteristiche di chi lo gestisce eppure ne diventa ricerca d’evasione dal sé. Si diverte Recami, e ne dà tutta l’impressione, entro una narrativa ben seria che ha visto randagi divenire involucro di miserie (pensiamo almeno a L’uomo e il cane del troppo dimenticato Cassola) o metamorfosi d’umano (ci batte nelle tempie il Cuore di cane di Bulgakov) in un rapporto tra uomo e cane inscindibile e insieme problematico fondato su un sentire differito e alterato forse ma comunemente improntato a un’emozione semplice: il patire – fatto che, a ben guardare, coinvolge indistintamente anche coloro che, in qualche misura, fingono d’essere altro rispetto alle miserie e alle aspirazioni mancate dei due protagonisti: pensiamo ai coniugi Aldini e al loro irrespirabile perbenismo volto a tessere fuori ciò che dentro sgretola e umilia, portanti un odore livoroso che non può essere coperto da alcuna mistura. In tanto clima di odio e soffrire – concreto o dissimulato – impossibile evitare il tentativo estremo: quella morte che se per l’adulto è incidente definitivo per il cane è veleno di polpetta entro una dimensione che raggiunge il terrore e la precarietà – c’è questo, nel testo di Recami: il sostrato malevolo e spinoso del vivere quotidiano, il cadere per altrui inciampo e il desiderio che il piede che ha sgambato non si muova più come il resto del corpo entro una raffigurazione di darwinismo sociale che in fondo trova nella sintesi canina una sua maledetta e compiuta giurisdizione: «chissà cosa pensano i cani quando vorrebbero mangiarsi vivi. Probabilmente non pensano niente». Eccoci dunque tra proiezioni di morti e timori che avvengano, solitudini di cane che assomigliano a quelle di chi se ne circonda e sacche d’umanità che rischiano di collassare a cercare di scongiurare invano un’estinzione lunga che ci costringe a fare i conti con noi stessi: stiamo messi male, andiamo verso il peggio e forse – in fondo è il caso di dirlo – mai siamo stati granché. Ce lo dice, l’autore di Mondo cane, e ci sorride dritto in faccia nel vederci faticare e brigare, precipitare e cascare come quelli di prima e quelli di dopo: arrancanti, precari e insoddisfatti. 

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